CON UNO SGUARDO DIVERSO

L’idea che non siamo vittime degli eventi, ma i registi del nostro sentire, è forse la verità più scomoda e, al tempo stesso, più liberatoria che l’essere umano possa incontrare. Spesso viviamo convinti che la nostra serenità sia un ostaggio nelle mani della fortuna o degli altri: crediamo che un treno perso abbia il diritto di rovinarci la giornata, che un amore che svanisce possa svuotarci l’anima o che un capo prepotente possa decidere il ritmo del nostro battito cardiaco.

Ma se guardiamo bene tra le pieghe della nostra mente, scopriamo che tra ciò che accade e come ci sentiamo esiste uno spazio minuscolo, un silenzio prezioso dove risiede il nostro vero potere, la nostra autentica forza.

In quel corridoio buio, noi non subiamo il mondo; noi lo interpretiamo. Questo perché la realtà è una materia grezza a cui noi diamo forma attraverso le parole che ci sussurriamo all’orecchio. E queste parole hanno un peso specifico nel racconto che elaboriamo. Quando diciamo “Questa situazione mi sta distruggendo”, stiamo scrivendo un romanzo tragico in cui ci assegniamo la parte dei protagonisti senza difesa, vittime di un destino che ha già deciso per noi. In quel momento, le parole non descrivono la realtà, la creano.

Ma la verità è che, spesso, l’unica rivoluzione possibile non è cambiare il mondo fuori, ma ripulire lo sguardo con cui quel mondo lo lasciamo entrare dentro.
Non è un invito a chiudere gli occhi, non si tratta di negare il dolore, che a volte morde e fa male davvero, ma di impedirgli di diventare una sentenza definitiva. Cambiare prospettiva significa, nel senso più profondo e coraggioso del termine, smettere di tradurre una difficoltà nel linguaggio della catastrofe, dell’assoluto.
Questa consapevolezza ci restituisce il diritto di non essere complici del nostro stesso crollo; ci permette di passare dal “sto affogando” al “l’acqua è alta, ma so nuotare”. La prima frase ci paralizza; la seconda ci restituisce il potere di agire.

Non è il mondo a dover cambiare per farci stare bene; siamo noi che, cambiando il nostro dialogo interiore possiamo smettere di essere foglie al vento per diventare l’albero che, pur oscillando, resta saldamente piantato a terra.

illustrazione di un uomo in acqua con dei braccioli, alla ricerca di aiuto
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